In un mondo professionale che spesso predilige narrazioni addomesticate e formule di convenienza, cosa significa scegliere davvero l'autenticità? In questa intervista, Daniela Bianchi, Vice Presidente FERPI, si racconta senza filtri: dalla forza della vulnerabilità personale alle battaglie civili, fino alle sfide etiche delle relazioni pubbliche e ai rischi della "verità sintetica" nell'era dell'IA. Una riflessione lucida e necessaria sul prezzo della trasparenza e sul valore del pensiero critico.
1. Se dovessi descriverti a chi non ti conosce, senza il curriculum: da dove cominceresti?
Ti racconto un particolare. I miei capelli. Ci ho sempre giocato, corti, lunghi, ribelli, ordinati. Poi dopo le cure per un carcinoma mammario sono caduti e ho deciso di non nascondere nulla, niente parrucche, niente foulard. Non è stato un gesto militante, rispetto profondamente ogni tipo di scelta. Semplicemente ho rifiutato di raccontare una versione più comoda di me stessa a chi mi incontrava per strada o a una riunione. Se dovessi dire chi sono senza curriculum, comincerei da lì, perché è la forma più elementare e più esposta di autenticità che conosco, lasciarsi vedere esattamente nello stato in cui si è, senza correzioni.
Poi se vuoi di gesti militanti ce ne sono nella mia vita, e anche più di uno. Il più recente nel 2018, in un cortile della Certosa di Trisulti, con un megafono e la sensazione netta che quello che stava per succedere lì, un avamposto sovranista internazionale piantato in un monastero italiano, non fosse un dettaglio locale ma un sintomo chiaro di una nuova direzione, o se vuoi un nuovo ordine delle cose. Da lì è partita una battaglia finita sui giornali internazionali, cominciata come una domanda semplice: “se vedo una cosa che non torna, la segnalo o la lascio correre? “. Che poi è una cosa che mi ha caratterizzata fin da piccola, dagli schieramenti di cortile alla scuola.
Il curriculum, istituzioni, relazioni pubbliche, associazionismo è venuto dopo, come una infrastruttura per fare meglio quella cosa lì.
Ma c'è anche un terzo registro, se vuoi più intellettuale. Sono una ferma sostenitrice del pensiero critico, del rovescio della medaglia, sono una persona a cui sta comodo l’abito del fare pressione, non eco. Mi è capitato di recente con un Maestro della mia professione, che mi ha aperto ad un progetto a cui lavora da decenni chiedendomi non consenso ma un contradditorio serio. Gli ho scritto una lettera aperta per restituirgli quella fiducia nel modo più onesto che conoscessi.
Tre registri diversi, un solo criterio, non addomesticare quello che si vede, nemmeno quando riguarda il proprio corpo.
2. La citazione da Tutto su mia madre: "Costa molto essere autentica, e in questo non bisogna essere tirchie." C'è un momento in cui hai scelto la verità sapendo che avresti pagato un prezzo? Lo rifaresti?
L'ho messa in bio non per estetica ma perché mi ricorda ogni giorno che l'autenticità non è gratis, è un conto che paghi in anticipo e a rate. È il monologo di Agrado di un bellissimo film di Almodovar. E la frase completa ci restituisce una informazione di dettaglio non banale “tanto più costa quanto si vuole essere fedeli all’immagine che abbiamo di noi stessi”. Non un dato oggettivo, non un principio assoluto, ma quello che di noi percepiamo come forma di restituzione all’altro. E allora sì, non bisogna essere tirchi.
L’ho capito meglio nel perido più fragile della mia vita. Non nascondere nulla. È stata una decisione presa senza troppi calcoli, ma con piena consapevolezza di cosa avrebbe significato farsi vedere fragile, in un mondo non abituato, soprattutto professionale, che tende a scambiare la fragilità visibile per debolezza.
Non è questione di momenti. La verità è un dissidio costante, è una tensione etica, è un baricentro, non ci sono momenti che hanno un prezzo diverso da altri. Il prezzo cambia ogni volta ci chiediamo quanto sia vera quella verità che ci rassicura e ci fa sentire più buoni, più bravi, più giusti….
3. InspiringPR ha parlato di termometri e termostati: chi registra il clima e chi lo cambia. Ti riconosci nel ruolo di termostato? C'è stato un momento in cui hai scelto — o sei stata costretta — a restare termometro? Cosa ti ha fermata?
L'immagine del termometro e del termostato è stata usata con molta efficacia da Mons. Giulio Della Vite, uno dei relatori di quella giornata e io l'ho ripresa in un mio articolo. La metafora mi sembra parte dell'autenticità di cui parliamo, restituire a ciascuno la propria formula invece di lasciarla scivolare addosso a chi l'ha solo raccontata bene. Detto questo, sì, mi riconosco nell'ambizione al termostato. Uno degli ultimi esempi è la vicenda di Trisulti, nel 2018, è stato un momento da termostato, in quel caso non ho registrato solo un clima politico, ho provato a spostarlo. Ma nel lavoro istituzionale ci sono fasi in cui il ruolo giusto è restare termometro più a lungo di quanto si vorrebbe e leggere con precisione dove sono davvero gli equilibri prima di intervenire, perché un termostato che agisce senza aver letto bene il termometro non cambia il clima, produce solo rumore. Quello che mi ferma, quando ritengo opportuno farlo, non è la paura del conflitto ma è il rispetto per la sequenza.
4. Hai scritto che la comunicazione ama la trasparenza purché non diventi troppo concreta. È una critica al mestiere o anche un'autocritica? Ti è capitato di scendere a quel compromesso?
È entrambe le cose, e chiunque neghi la seconda sta già facendo l'errore che descrive. Il nostro mestiere ha imparato a dire "trasparenza" come valore, sta in ogni codice etico, in ogni claim ESG. Ma si irrigidisce non appena la trasparenza chiede una forma concreta, un registro pubblico degli incontri, un obbligo di disclosure verificabile, una scadenza. Seguo il tema della regolazione del lobbying da anni proprio perché lì il compromesso è misurabile, si vede benissimo chi sostiene la trasparenza in convegno e chi la sostiene anche quando comporta un costo normativo. E lo stesso compromesso l'ho visto, forse in una forma ancora più nuda, dall'altra parte del tavolo, in un ruolo elettivo, dove la trasparenza è la parola che si usa in ogni intervento pubblico, ma è la cosa più difficile da praticare quando si tratta di rendere conto di un voto, di un'assenza, di un equilibrio di maggioranza. La politica e le relazioni pubbliche si somigliano più di quanto ciascuna delle due sia disposta ad ammettere, entrambe amano la trasparenza finché resta un principio, e la negoziano non appena diventa una procedura. Mi è capitato di scendere a un compromesso simile? Sì, ogni volta che ho scelto la formulazione più prudente invece di quella più esatta per non irrigidire un tavolo, che fosse un tavolo professionale o uno istituzionale, ogni qual volta l’impatto generato meritasse appunto la sequenza e non il conflitto.
5. Le relazioni pubbliche sono spesso l'arte di costruire narrazioni favorevoli. Esiste un punto di rottura in cui il professionista deve dire "fin qui, non oltre"? Tu lo hai vissuto?
Il punto di rottura per me è quando la narrazione richiesta non abbellisce un fatto ma lo sostituisce, quando mi si chiede non di raccontare meglio qualcosa che è vero, ma di far sembrare vero qualcosa che non lo è. Lì la linea è netta, e l'ho tracciata più di una volta, anche a costo di risultare rigida. La differenza fra costruire una narrazione favorevole e costruire una finzione favorevole è la differenza fra il mio mestiere e un altro mestiere che non voglio fare.
6. Hai mai perso un un incarico perché hai scelto di non addomesticare la realtà?
E’ capitato. E l'ho vissuto meno come una sconfitta professionale e più come una conferma che il mio valore aggiunto non è la capacità di dire sì, è la capacità di dire con chiarezza dove le cose non tornano. Un interlocutore che vuole solo conferme può trovare tante persone disposte a darle. Chi lavora con me sa che spesso inizio con un "questo non funziona, ed ecco perché" e chi non è interessato a quella parte, giustamente, sceglie qualcun altro.
7. La "verità sintetica" — contenuti plausibili, non falsi, ma non reali. È la minaccia più insidiosa all'autenticità oggi? O ce ne sono altre?
È la formulazione che ho ripreso da Don Giulio Dellavite, ad InspiringPR, ed è preziosa proprio perché sposta il problema, non basta più opporre il vero al falso, bisogna imparare a riconoscere un terzo registro, il plausibile artificiale vero abbastanza da essere condiviso, non abbastanza da essere abitato umanamente. È una formula insidiosa perché non chiede di credere a una bugia, chiede solo di smettere di fare la fatica di verificare. E i numeri, in Italia, dicono che la fatica la stiamo già abbandonando, ce lo dice il 59° Rapporto Censis, oltre il 60% degli italiani ha visto almeno un deepfake, e quasi la metà dichiara di fidarsi meno di ogni contenuto online da quando ne ha preso coscienza, non parliamo più di un'eccezione, ma di un'assuefazione diffusa.
Ma se allargo lo sguardo oltre il mio mestiere, non credo che questa sia la minaccia più grave in assoluto, ed è qui che vorrei essere meno diplomatica del solito. Il potere, qualunque potere, politico, economico, istituzionale ha sempre preferito cittadini stanchi di verificare a cittadini che mentono apertamente, il bugiardo si smaschera, lo stanco si governa. La verità sintetica non è un incidente tecnologico che ci è capitato tra capo e collo, è lo strumento più efficiente che il potere abbia mai avuto a disposizione per ottenere quello che ha sempre voluto, cittadini che rinunciano a controllare, non cittadini che credono a una menzogna specifica.
La minaccia più grave, per me, resta la rimozione ben vestita da narrazione, vedi casi come Regeni, dove non manca la verità accertata, manca la tenuta collettiva a sostenerla quando costa un prezzo diplomatico. L'avvocata Alessandra Ballerini, che quel prezzo lo paga da anni con minacce reali, dice una cosa che vale ben oltre il caso specifico, la verità non è mai astratta, è nel vir qui adest, (anche quesata è di Mons. Giulio Dellavite) l'uomo che hai di fronte. Un intero sistema mediatico, diplomatico, istituzionale, può scegliere di non guardarlo in faccia, e continuare comunque a dirsi trasparente. E questo è il punto, la verità sintetica minaccia l'informazione, la rimozione organizzata minaccia la giustizia. Sono più pericolose insieme di quanto lo sarebbero da sole, perché entrambe permettono, a chi ha potere, di non rispondere a nessuno.
8. Le associazioni professionali sono termometri o termostati? Come risponde per FERPI, da Vice Presidente?
È la domanda con cui ho chiuso io stessa un mio pezzo. La verità è che quasi tutte le istituzioni intermedie, associazioni professionali, ordini, sindacati, persino certi corpi politici, nascono come termostati e finiscono per diventare termometri, perché il termometro non litiga con nessuno, registra, certifica, rassicura i propri iscritti che il mondo è sotto controllo. È una scelta comoda travestita da prudenza istituzionale, e la riconosco perché l'ho vista da dentro, non solo osservata da fuori. Diventare termostato costa, significa prendere posizione prima che la posizione sia comoda, rischiare consenso interno per guadagnare rilevanza esterna, ed essere disposti a perdere.
Per FERPI, da Vice Presidente, la risposta onesta è che siamo ancora più termometro di quanto dovremmo essere, e non lo dico come excusatio istituzionale, lo dico perché penso che valga per quasi tutte le associazioni professionali italiane, non solo per la mia. Il vero banco di prova non è cosa scriviamo nei documenti di indirizzo, quello lo sanno scrivere tutti bene, con Ai poi, ma se siamo disposti a intervenire su un tema prima che diventi maggioritario, quando è ancora scomodo prendere posizione. Il mio impegno, anche in campagna elettorale con "Agorà FERPI: l'Agenda della Pluralità", è stato esattamente questo, una FERPI che non aspetti che i temi rilevanti per la categoria vengano decisi altrove, ma che li anticipi, anche a costo di non avere ancora la maggioranza dell'associazione dalla propria parte.
9. Cosa dovrebbe cambiare concretamente nel modo in cui la categoria delle RP definisce il proprio perimetro etico? C'è qualcosa che oggi si tace e non si dovrebbe?
Restringere la domanda alla categoria delle RP sarebbe già la prima forma di ipocrisia da evitare, il problema del perimetro etico costruito per esibizione e non per verifica non è nostro, è di ogni categoria che si autoregoli, ordini professionali, politica, persino certe autorità indipendenti. Pensaimoci un attmo, ovunque il codice etico serve a dimostrare che un problema è stato pensato, ma non riesce ad impedire che accada. Dovremmo smettere di trattare l'etica come un documento rassicurante e cominciare a trattarla come un insieme di pratiche verificabili, chi rappresenti davvero, con quali risorse, con quale mandato, e questo vale tanto per un professionista delle relazioni istituzionali quanto per chiunque eserciti un ruolo di rappresentanza pubblica, professionale o elettiva che sia.
Quello che si tace, quasi sempre, e non solo nel nostro mestiere, è la domanda sul conflitto d'interessi strutturale, quante volte lo stesso soggetto rappresenta insieme, senza mai renderlo esplicito, un interesse privato e uno pubblico, un incarico professionale e un ruolo istituzionale, un mandato associativo e un'ambizione politica. Non è un problema di persone disoneste, la maggior parte non lo è, è un problema di schemi che permettono l'ambiguità perché a nessuno, in nessun settore, conviene davvero eliminarla. Cambierebbe molto se ogni categoria che chiede fiducia pubblica si imponesse, prima che glielo imponga qualcun altro, regole di disclosure vere, non un elenco di principi, ma un obbligo verificabile di dire chi si rappresenta in ogni singolo momento. È una misura scomoda. Per questo, finora, quasi nessuno se la impone da solo.
10. Se dovesse descrivere in una frase l'autenticità non come valore ma come pratica quotidiana, cosa direbbe?
Autenticità è dire la cosa meno comoda nella stanza in cui costa di più dirla, tutti i giorni in cui capita, non solo quello in cui c'è un pubblico a guardare.
L’ho scritto recentemente, Pasolini diceva che le lucciole erano scomparse; Didi-Huberman gli rispose che erano solo più difficili da vedere, nascoste dalla luce del potere. È un'immagine che mi piace, anche fuori dal mio mestiere, l'autenticità, oggi, non è gridare più forte nel monologo planetario. È allenare lo sguardo a cercare, nell'ombra, le poche luci che restano e avere il coraggio di essere, quando serve, una di quelle.


